Lei è nata a Salerno ma ha vissuto a
Cava.
Sì, sono cavese. Abitavo allinizio dei portici, in via
Andrea Sorrentino. Avevo il cinema Capitol sotto casa, e mia madre mi ci portava quasi
ogni giorno.
Le piaceva il cinema?
Da morire. Da piccola leggevo molto e soprattutto ero onnivora di
film. Ci andavo da sola. Vedevo di tutto, dalle pellicole leggere con Albano e Romina
Power, a quelle impegnate di Fellini e Bergman. Un film che mi colpì molto fu
"Amarcord".
Fu in quella piccola sala di Cava che cominciò a sognare di
diventare una star?
Avevo voglia di vivere una vita alternativa, fuori
dallordinario. In questo io e Teresa eravamo stimolate anche dallambiente
familiare. Mia madre mi aveva iscritto alla scuola di danza classica di Valeria Lombardi,
a Salerno. Mio padre mi portava a teatro a Pompei, a vedere le tragedie greche. Mio zio
Gianni era un artistoide, mi parlava di letteratura, mi consigliava libri, spettacoli,
film.
A Cava frequentava il liceo classico "Marco Galdi",
negli anni successivi alla contestazione. Sua sorella Teresa era una leader del movimento.
Lei era più tranquilla?
Molto più tranquilla, almeno politicamente
Quattro anni di
differenza erano un salto di generazione.
Cerano ideali forti
Teresa e il suo gruppo ci credevano davvero. Nella nostra classe
si viveva il periodo della contestazione in modo più leggero. Le occupazioni erano
unoccasione per far casino.
Il primo amore risale a quel periodo?
Avevo un fidanzatino che si chiamava Silvano. Era un campione di
karatè, spaccava le mattonelle a mani nude. Noi eravamo di sinistra, e il karatè era
considerato un po di destra, ma mi piaceva che fosse così forte
Lei che tipo era?
Non so perché, nellimmaginario ordinario della gente io
incarnavo lo straordinario, nel bene e nel male. Forse perché ero carina, ero un tipo
vispo, insofferente a tutto. Una di quelle persone da cui ci aspetta sempre qualcosa, che
attraggono e respingono. Una storia che peraltro continua ancora oggi!
Comera la Cava della sua giovinezza?
Triste. Ero legata ai portici, alla città, ma lambiente mi
sembrava un po bigotto. Non mi divertivo tanto. A parte le tre-quattro amiche del
cuore, non mi riconoscevo nel contesto sociale. La struttura sociale era un po
povera, un po asfittica. Non ho ricordi molto lieti.
Sicura?
Beh, una cosa mi è rimasta impressa nella memoria: le passeggiate
avanti e indietro sotto i portici. Facevamo lo struscio. Era meraviglioso. A proposito
cè ancora questa usanza tra i giovani?
Sì, cè ancora. Altri bei ricordi?
Le brioche e i cornetti del bar Liberti, i più buoni che abbia
mangiato in vita mia. E poi le soste e le chiacchierate davanti al bar Lyoid, in sella ai
motorini. Amavo molto anche la costiera amalfitana: appena le giornate diventavano più
calde, per me e il mio Ciao era un luogo di pellegrinaggio. Facevo la spola tra Vietri e
Positano anche due volte al giorno. Andavo e venivo sul mio motorino come una pazza
Chi frequentava?
Avevo tre compagne del cuore: Rita Apicella, Alessandra Agrusta e
Patrizia Macario. Con le prime due abbiamo frequentato tutte le scuole insieme, dalla I
elementare al III liceo. Con loro cè un rapporto "fraterno" che dura
tuttora, siamo quasi parenti. Ci sentiamo al telefono. A settembre, quando sono stata a
Cava per un festival, ci siamo viste. E stato bello.
E amici maschi?
Frequentavo Alessandro Ferro, un ragazzo che poi si è suicidato.
Era il rampollo di una famiglia di industriali, quelli della Pasta Ferro. Era un tipo
alternativo, un hippy, e per questo la sua famiglia lo aveva emarginato. Lo ricordo ancora
con commozione.
A Salerno ci andava mai?
Certo. Salerno era più movimentata di Cava. Si andava ai bar al
Lungomare Trieste, a fare shopping, al cinema e al teatro. Poi a Salerno io ho anche
vissuto, a partire dai 15-16 anni, quando mia madre, che era separata da mio padre, si è
risposata.
Nel 1976, a 18 anni, dopo la licenza liceale, lei lascia Cava e
Salerno. Cosa si porta dietro delle sue origini, delle sue radici?
Tutto, tutto. Sono, mi sento campana, meridionale, anche se a
partire dai 18 anni la mia testa e il mio corpo hanno viaggiato.
Come fu limpatto con Roma?
Incredibile. Anche se ora mi pento. Il viaggio doveva essere più
lungo. Dovevo emigrare, magari in Francia o negli Stati Uniti.
Arriva nella capitale e va subito in tv
Nel 77 Gianni Boncompagni mi chiama a interpretare Sibilla
Aleramo, una femminista ante litteram, in "Una donna", uno sceneggiato
televisivo in 8 puntate sulla Rai che va in onda tutte le domeniche. Ero la protagonista
assoluta.
Venti milioni di telespettatori
Un successo straordinario. Il libro della Aleramo fu ristampato in
centinaia di migliaia di copie, con la mia foto sulla copertina. E io, che ero una
ragazzina di Cava dei Tirreni, da un giorno allaltro fui conosciuta in tutta
lItalia. Fu linizio di un lavoro che non mi avrebbe lasciato più scampo.
Dalla tv al teatro, fino allincontro nel 1982 con
Massimo Troisi, che la vuole al suo fianco in "Scusate il ritardo".
Il 1982-1983 fu un biennio doro, che mi liberò dal destino
di attrice televisiva e di teatro. Io sognavo il cinema. Dopo il film con Massimo, e nel
1983, "Io, Chiara e lo scuro", con Francesco Nuti, ho girato 30
pellicole.
Che cosa ricorda delle riprese di "Scusate il
ritardo"?
Ho ricordi allo stesso tempo molto dolorosi e molto allegri.
Durante le riprese luomo che viveva con me stava morendo. Massimo mi ha aiutata e
sostenuta con molta grazia e con molto pudore. Quando il mio uomo morì, litigò anche con
la produzione che mi voleva sul set e non voleva farmi andare al funerale.
Cosa le manca di Troisi?
Mi ritengo una privilegiata ad aver lavorato con lui.
Professionalmente è uno dei pochi attori il cui talento mi ha messo in difficoltà. Aveva
lanima di artista. E sicuramente uno dei grandi attori italiani del secolo. Ma
Troisi mi manca anche come spettatrice, per tutti i film che non ha potuto fare e che non
abbiamo potuto vedere
E umanamente?
Massimo mi faceva ridere tanto; era un ridere sano, in modo
libero. Era molto spiritoso e molto intelligente. Abbiamo fatto bei viaggi insieme, per
promuovere il film, e poi ci siamo frequentati anche dopo. Certe volte, facendo zapping,
mi capita sotto gli occhi "Scusate il ritardo", ma non riesco a vederlo, spengo
il televisore, perché non cè più Massimo e perché ricordo il mio dolore
personale.
Tra i film che ha interpretato, a quale è legata di più?
"Cattiva" di Carlo Lizzani, che nel 1992 mi ha fatto
vincere il David come miglior attrice protagonista. Se cè un ruolo che in qualche
modo mi rappresenta, è quello.
Cè un "no" a un film o a uno spettacolo che
rimpiange di aver pronunciato?
Ho un solo rimpianto. Nel 94 rifiutai di fare "La
Regina Margot" di Patrice Chéreau. Mi avrebbe spianato la carriera in
Francia
Ci parli della sua esperienza nella fiction televisiva. Look
sempre esagerato, sguardo perfido e linguaggio più che colorito: lei è Annalisa
Bottelli, uno dei personaggi più estremi de Il bello delle donne. Si è divertita
a interpretare questo ruolo?
Moltissimo. Lo considero un mio successo personale. I
telespettatori adorano questo personaggio che sulla carta, invece, dovrebbe essere odioso.
La mia sfida era proprio quello di renderlo adorabile.
Che novità ci sono per la terza serie della fiction?
Viene approfondita la vena comica del personaggio. Daltra
parte credo che la comicità sia nelle mie corde più profonde di attrice.
Lina Wertmuller ha detto di lei che ha "la splendida
faccia di una Minerva incazzata". Si favoleggia spesso del suo temperamento, della
sua testardaggine, della sua irrequietezza, anche sentimentale. Solo una leggenda o
cè del vero?
Se è per questo la Wertmuller ha anche scritto su un Dizionario
del Cinema che ho un "volto inguaribilmente cinematografico". Non so se è un
complimento o meno
A parte gli scherzi, testarda lo sono sempre meno. La Wertmuller
mi vede molto battagliera, una specie di guerriera a cavallo. Io invece mi sento anche
fragile, a volte infantile.
E ora, proprio con la Wertmuller, parte in tourneé teatrale,
di nuovo con "Storia damore e danarchia", dove canta e balla insieme
a Elio delle "Storie Tese".
Lho fatto da attrice, fingendo di cantare e ballare. La
gente ha avuto lillusione che sono brava. Mi ha aiutato anche il fatto che sono
molto intonata.
Vuol fare concorrenza a sua sorella Teresa?
Non ci penso nemmeno.
Come sono i suoi rapporti con Teresa? Vi vedete e sentite
spesso?
Sempre. Sempre. Abitiamo a cento metri di distanza.
In settembre è tornata a Cava. La scorsa settimana è stata a
Salerno. Quanto sono cambiate Cava e Salerno in trentanni?
A Cava ho fatto una passeggiata di notte al corso. E stata
unemozione forte. Sono i luoghi della mia infanzia. Mi ha fatto male non trovare
certe cose, negozi, bar che frequentavo, mentre sono stata contenta di ritrovarne altre.
Salerno lho vista cambiata fisicamente in meglio: cè molto più verde, più
ordine. Il pubblico teatrale però è ancora timoroso, deve sciogliersi, deve avere in
sala un atteggiamento più libero
Manca la cultura della partecipazione allo
spettacolo.
Due cavesi, Renata Fusco e Valeria Monetti, stanno tentando la
scalata al successo. Che consigli si sente di dare loro?
Di resistere al sistema dello spettacolo, che tende a far
disimparare larte. Devono restare sempre delle "artigiane".
Da tre anni si occupa dell'organizzazione del Festival di
Teatro Caserta. Anche con qualche polemica. Laccusano di aver organizzato un
programma troppo di "sinistra"
Ho chiamato grandi artisti come Paolo Conte, Beppe Grillo, Moni
Ovadia e Dario Fo. Caserta deve essere fiera.
A che progetti sta lavorando adesso?
Lanno prossimo sarò per la quinta volta all'Eliseo di Roma
con lo spettacolo di Annibale Ruccello Notturno di donna con ospiti, che è
diventato un piccolo cult teatrale. E il ruolo teatrale più intenso che abbia mai
interpretato: faccio la parte di una poveraccia, di una donna-bambina che non vuole
crescere. Poi mi piacerebbe anche fare un bel film
Non è facile. Molte sue colleghe, da Nancy Brilli a Elena
Sofia Ricci, lamentano la scarsità di ruoli di protagonista per le donne
Il problema è che non cè solo scarsità di ruoli
femminili, cè scarsità di film originali, di idee, di voglia di osare, di
coraggio. Il cinema italiano è un luogo asfittico e non molto prolifico. In più, e
questo è vero, è anche un cinema al maschile. Però
Però?
Sono ottimista per il futuro. Questanno ho visto tre film
italiani di grande qualità che mi fanno sperare: "Limbalsamatore" di
Matteo Garrone, ambientato nel casertano, "Luomo in più" di Paolo
Sorrentino e "Respiro" di Emanuele Crialese. E poi ci sono bravi registi come
Gianni Amelio, Muccino, Ferzan Ozpetek.
A proposito di Ferzan Ozpetek, è vero che girerà un film da
lui diretto e ambientato a Napoli?
Spero di sì. E uno dei registi che preferisco. Ho letto la
trama, e mi piace molto. Adesso Ferzan è impegnato in unaltra pellicola. Quando
finirà, ne riparleremo. Purché sia distribuito bene nelle sale... Lanno scorso
"Ti voglio bene Eugenio", in cui ero protagonista insieme a Giancarlo Giannini,
è stato distribuito malissimo.