Biografie della Resistenza Italiana          

A B C D E F GI J K L M N O P Q R S T U V Z

 

   

Giuseppe Macchi

Nato a Varese il 9 marzo del 1921. Di famiglia operaia cresce nell'ambiente dei socialisti come suo padre Achille, perseguitato
politico. Lavora come fresatore e intanto frequenta i corsi serali di disegnatore meccanico. A vent'anni, nel maggio 1941, viene richiamato alle armi e inviato in Africa Settentrionale in zona d'operazioni. L' 8 Settembre lo trova a Monfalcone (Gorizia). Rientra avventurosamente a Varese, e si mette subito in contatto con altri giovani comunisti che riuniti intorno a Walter Marcobi costituiscono il primo nucleo di resistenza armata. Assunto il nome di battaglia di Claudio, alla morte di Walter gli succede al comando della 121° Brigata Garibaldi. Membro del Comando di Zona del CVL coordina le operazioni insurrezionali
a Varese e nell'alto Varesotto. E' lui ad entrare per primo il 24 Aprile
1945 a Varese alla testa della 121°Brigata d'Assalto Garibaldina "Walter Marcobi". Dalla Liberazione al 1947 comanda le forze di polizia della Provincia di Varese. Presidente dell'Anpi provinciale dal 1949 al 1956. Consigliere nelle file del PCI al Comune di Varese negli anni '50 e successivamente nei primi anni '70. Muore il 15 febbraio del 1998 sulla vetta del Monte Ceneri, a Lugano.

 

Pietro Malvestiti

Nacque in provincia di Macerata, ad Apiro, il 26 giugno 1899 e fu il primo di dieci figli. Trasferitosi in Lombardia ottenne, in un collegio religioso, il diploma di ragioniere. Partecipò in qualità di ufficiale alla prima guerra mondiale e gli fu conferita la Croce al Merito. Subito dopo il conflitto trovò lavoro presso la Banca Popolare di Milano e frequentò un corso per propagandisti cattolici. Ne seguì un forte impegno nella propaganda religiosa che lo portò ad essere un costante oratore nelle Settimane sociali che si svolgevano nella diocesi Milanese. Non mancò inoltre di impegnarsi verso il movimento operaio e nei confronti dei reduci. Nel primo caso fu un sindacalista bianco, nel secondo venne invece nominato segretario provinciale dell’Unione nazionale reduci di guerra. In questo ruolo, per via delle prudenti posizioni assunte dall’associazione verso il fascismo, entrò presto in contrasto con la dirigenza romana e fondò la Lega lombarda reduci di guerra che fu poi una delle prime associazioni sciolte dal regime. Contestò il fascismo fin dalle origini rifiutando la sua idea dell’unità etica dello Stato, la creazione del sindacato unico, la concezione corporativa, non mancando di rimproverare quei cattolici che appoggiavano il regime nell’intento di cristianizzarlo. All’interno dell’Azione Cattolica lavorò per la formazione del Movimento guelfo d’azione che si costituì nel 1928. Subito dopo lo scontro del ’31 fra Chiesa e fascismo, il Movimento guelfo intraprese una campagna in nome di "Cristo re" contro il regime ritenuto essere la negazione del cattolicesimo. Tali posizioni portarono l’Ovra a compiere numerosi fermi; lo stesso Malvestiti fu arrestato il 20 marzo del 1933 e dopo nove mesi di carcere condannato dal Tribunale speciale a cinque anni di reclusione. Scarcerato per via delle precarie condizioni di salute dovette impegnarsi a non svolgere attività politica per tutta la durata della condanna. Costretto a lavori saltuari presso diverse aziende, riallacciò cautamente i rapporti politici ed elaborò i "dieci punti" del movimento neoguelfo e il "programma di Milano", piattaforma essenziale per la nascita della Democrazia Cristiana. Fra il settembre e l’ottobre del 1944 fu ministro delle Finanze della Repubblica partigiana sorta in Val d’Ossola e dopo la sua caduta riparò in Svizzera, dalla quale fece ritorno nel 1945 come membro del Comitato nazionale di liberazione per l’Alta Italia. Nel secondo dopoguerra è stato membro della Democrazia Cristiana e più volte deputato, assumendo anche incarichi di Governo. Fra il 1958 e il 1959 è stato vicepresidente della Commissione Cee e nel triennio 1960-1963 presidente dell’Alta Autorità della Ceca. E’ morto a Milano il 5 novembre 1964.

(a cura di Massimiliano Tenconi)

 

Giuseppe (Pino) Maras

Nato nel marzo del 1922. Partecipò alla seconda guerra mondiale, con il grado di sottotenente dei bersaglieri. L'8 settembre del '43 si trovava di stanza a Zara. Reagì con le armi ai tedeschi che gli intimavano la resa, unendo i suoi uomini ad un reparto di carabinieri con il quale formò il battaglione "Garibaldi" che, insieme a un altro battaglione anch'esso composto da militari italiani, il "Matteotti", costituì la Brigata "Italia". Successivamente la brigata divenne Divisione "Italia", con Maras al comando, e fu inquadrata nelle formazioni di Tito. La Divisione "Italia" partecipò a numerosi combattimenti e alla liberazione di Belgrado e Zagabria. Nel dopoguerra, Maras fu insignito dallo Stato italiano della medaglia d'oro al valor militare e dal governo jugoslavo delle più alte decorazioni al valor militare. Ha partecipato attivamente all'Anpi. E' morto a Roma il 12 maggio del 2002, all'età di 80 anni.  

 

Sabato Martelli Castaldi

Generale di brigata aerea in congedo, di 46 anni. Nato a Cava de' Tirreni il 18 agosto 1896 da Sabato Castaldi e da Argìa Martelli. Sposato con Luisa Barbiani, aveva tre figli (Giorgio, Vittoria e Sabatino). Partito volontario per la prima guerra mondiale, fu protagonista di più di cento voli di guerra, abbattendo diversi apparecchi nemici e conquistando sul fronte una medaglia d'argento e due medaglie di bronzo al valor militare. Ebbe una carriera brillantissima: fu uno dei piloti della Crociera delle capitali europee e uno degli organizzatori delle due prime Giornate dell'Ala, del Carosello aereo e della seconda trasvolata oceanica. Capo di gabinetto del ministero con Italo Balbo, a 36 anni era già generale, il più giovane d'Italia. Ma nel '34, quando presentò a Mussolini un memoriale sullo stato disastroso dell'aviazione italiana, fu posto in congedo assoluto, senza stipendio. Perseguitato dal Regime, solo nel '39 riuscì a ottenere un impiego stabile come direttore del Polverificio Stacchini. Il 9 settembre era a Porta San Paolo, insieme all'amico Roberto Lordi, con un fucile da caccia, a difendere Roma dai tedeschi. Subito dopo entrò a far parte del Fronte militare clandestino di Montezemolo, col nome di battaglia "Tevere". Fornì armi ed esplosivi ai partigiani del Lazio e dell'Abruzzo; aiutò a nascondersi ebrei, ufficiali, renitenti alla leva nella villa di Genzano dell'amico; incitò i giovani a resistere ai bandi della Repubblica di Salò; organizzò bande di partigiani ai Castelli romani, sui Monti Prenestini e intorno ad Alatri; trasmise rilievi di zone ed installazioni militari agli Alleati. Il 17 gennaio del ‘44, insieme a Lordi, si consegnò ai tedeschi per ottenere il rilascio del proprietario del Polverificio. Trattenuto da Kappler, fu rinchiuso nella cella n. 2 di via Tasso per 67 giorni e torturato, ma non parlò. Fu fucilato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo. Prima che la scarica lo abbattesse, gridò "Viva l’Italia". Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

 

Enrico Mattei

Nasce ad Acqualagna il 29 aprile del 1906. Non ama molto la scuola e a 15 anni si impiega in una fabbrichetta di mobili in ferro con mansioni di verniciatore. Un anno dopo è fattorino alla "Conceria Fiore": qui il lavoro gli piace di più, e a diciassette anni diventa operaio, poi operaio specializzato, poi aiutante chimico; a diciannove anni è vicedirettore e a venti direttore. Alla fine del 1928 però la Conceria Fiore deve chiudere i battenti in seguito alla grave crisi economica susseguente alla politica deflazionistica instaurata dal fascismo nel ' 26 e Mattei si ritrova senza lavoro. Egli parte allora per Milano, dove non gli è difficile trovare un posto di venditore alla Max Mayer, già fornitrice alla conceria di Matelica di vernici, smalti e solventi per la lavorazione del cuoio. Anche in questo ruolo, il suo forte carattere gli permette di avere subito successo, e già tre mesi dopo lo troviamo rappresentante esclusivo per l'Italia di un'altra ditta tedesca di prodotti per concerie, la Loewenthal. Nel 1931, senza per questo abbandonare il suo ruolo commerciale presso la ditta tedesca, Mattei apre una sua piccola fabbrica di emulsioni per conceria, con due soli operai.   E' l'inizio del successo: tre anni dopo la sua azienda è ormai lanciata: conta venti dipendenti e si chiama "Industria chimica lombarda grassi e saponi". La fortuna gli viene incontro poco dopo, quando egli riesce a mettere a punto un innovativo prodotto per zuccherifici, in grado di sostituire tutti quelli importati.
E' di quei primi anni a Milano l'amicizia profonda di Mattei per Marcello Boldrini, cinquantenne professore di statistica all'Università Cattolica di Milano. Intorno alla Cattolica in quegli anni gravitano molti nomi interessanti, e Mattei impara a conoscerli e a stimarli: Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Amintore Fanfani, Enrico Falck. In quell'ambiente si discute molto anche del ruolo dell'imprenditore cristiano, che si vuole investito di una missione sociale, e delle sue responsabilità verso il popolo, mentre si critica decisamente il capitalismo in favore del ruolo equilibratore dello Stato anche in materia economica. E' la nuova teoria cristiano-sociale basata sul primato etico sia in politica che in economia.
Mattei si iscrive ad una scuola serale e prende il diploma di ragioniere. Frequenta poi qualche lezione alla facoltà di Scienze Politiche.
Nel 1943 si avvicina al Partito Popolare e grazie alle sue eccezionali doti di organizzatore nel marzo 1944 gli viene offerto da Orio Giacchi il posto di rappresentante DC nel comando militare del CLN, posto rimasto vacante dopo l'arresto di Galileo Vercesi. Non è facile per il giovane imprenditore decidere un passo come questo, che implica l'entrata in clandestinità, ma dopo averne vagliato attentamente i pro e i contro egli lascia la guida della sua azienda al fratello e accetta la proposta.
Este, Monti, Marconi e Leone sono i nomi che Mattei assume operando nella Resistenza di volta in volta come rappresentante politico del CLN, ufficiale di collegamento partigiano, comandante militare democristiano. Egli viene arrestato il 26 ottobre , ma riesce a fuggire trentasette giorni dopo grazie anche ad aiuti esterni.
Abile manager, Mattei svolge un ruolo di grande utilità all'interno delle forze partigiane curando i collegamenti interni e occupandosi di reperire e di allocare fondi. Alla fine della guerra Mattei affermerà di aver portato le forze partigiane democristiane da soli 2000 uomini a oltre 65000. Il 5 maggio 1945 egli è in prima fila nel corteo della Liberazione di Milano e riceve la "Bronze Star" dalle mani del generale statunitense Mark Wayne Clark.
Nel 1948 viene eletto deputato della Dc nella circoscrizione di Milano-Pavia. Nominato commissario speciale all'Agip (Azienda generale italiana petroli) col compito di chiudere tutte le attività dell'ente e svenderlo, e riesce invece a valorizzarla e a trovare il metano e il petrolio in Val Padana, superando le resistenze della Confindustria che premeva per la liquidazione dell'ente.
Tra il 1950 e il 1952 Mattei deve affrontare nuove battaglie a Roma per ottenere la costituzione dell' ENI (Ente nazionale idrocarburi), di cui diventa presidente nel luglio 1952. Agip, Agip mineraria, Romsa e Snam sono le società guidate dall' ENI, e Mattei si occupa personalmente di ognuna di loro.
Il 4 marzo 1953 egli si dimette dalla sua carica di deputato in Parlamento per dedicarsi completamente alle sue aziende.
Nel 1954 la sua campagna per la vendita del liquigas in bombole trasforma le abitudini degli italiani: egli toglie l'obbligo di cauzione per le bombole e ne ribassa il prezzo del 12%. I camioncini Agip portano le bombole in ogni casa, anche nei luoghi più isolati. Cedendo alle pressanti richieste del suo amico Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, e di Amintore Fanfani, Mattei rileva gli stabilimenti Pignone, un'industria meccanica decotta e vicina al fallimento e in pochi anni ne fa una ditta leader nella produzione di tecnologie innovative al servizio della ricerca e dell'estrazione di risorse del sottosuolo.
Il 12 aprile 1956 inaugura il villaggio di Metanopoli alle porte di Milano, il 21 dello stesso mese esce il primo numero de "Il Giorno", quotidiano finanziato dall' ENI e diretto da Gaetano Baldacci. Oltre ad essere una evidente cassa di risonanza dei successi dell' ENI iIl Giorno apre una svolta nel giornalismo italiano: vivace e innovativo negli articoli e nelle fotografie, sostiene il centrosinistra e propone un avvicinamento ai Paesi africani e mediorientali in contrasto con le strategie dei Paesi ex colonialisti, Francia e Gran Bretagna.
Nel 1962 l' ENI dà lavoro a 55.700 persone, investe 209 miliardi, ne fattura 357, possiede 15 petroliere e guadagna 6 miliardi ufficiali, ma probabilmente più di 50. I debiti ammonteranno, nel 1963, a 700 miliardi di lire. Si tratta di un colosso con interessi in mezzo mondo, guidato da un solo uomo, che ne tiene strettamente in pugno i destini.
Troppo potere, troppo denaro, troppi onori, troppi nemici.
Alle 18,55 del 27 ottobre 1962 l'aereo di Enrico Mattei, in avvicinamento all'aeroporto di Linate proveniente da Catania, si schianta al suolo vicino a Bascapé, in provincia di Pavia. Disastro o attentato? Il dilemma non sarà mai risolto.

(sintesi della biografia di Maria Grazia Mazzocchi, da storiainrete.net)

 

Gianfranco Mattei

Docente di chimica, di 29 anni. Nato a Milano l’11 dicembre 1916 da Ugo e da Clara Friedmann, primogenito di sette fratelli. Nel '38 si laureò in chimica all’università di Firenze, con il massimo dei voti. Assistente del premio Nobel Giulio Natta all’istituto di chimica industriale del Politecnico di Milano, ebbe poi l’incarico di insegnamento di chimica analitica quantitativa. In quegli anni iniziò alcune importanti ricerche sulla struttura e l’orientamento delle molecole polari, e si occupò di studi sulla produzione di detersivi sintetici. Dal ‘36 al ‘38 frequentò il corso allievi ufficiali a Pavia. Fin dal ‘37, con la sorella minore Teresita ("Chicchi") partecipava al movimento antifascista lombardo, e aveva stretto rapporti con il Partito d'Azione. Allo scoppio della guerra, fu chiamato alle armi. La sera del 25 luglio del ‘43, insieme a pochi altri docenti universitari, compilò un manifesto che reclamava un cambiamento radicale della vita universitaria. Nelle settimane successive fece la spola tra Firenze e Milano, tenendo i contatti fra i gruppi di antifascisti attivi nelle due città. Dopo l'armistizio, costretto ad allontanarsi da Milano dove il padre era ricercato (aveva diretto la Confederazione dell'Industria durante il governo Badoglio), si trasferì nel lecchese e in Valfurva, dove si formavano i primi gruppi di partigiani. Nell'ottobre lasciò la Lombardia, dove era troppo conosciuto, e si recò a Roma per combattere il fascismo nelle file del Pci. Insieme a Giorgio Labò organizzò la "santabarbara" dei Gap, in via Giulia n. 25 bis. La produzione delle bombe migliorò dal punto di vista sia quantitativo che qualitativo e vennero fabbricati anche nuovi tipi di ordigni, come una bomba a mano a "doppio effetto" molto utile contro i mezzi blindati. Diede un contributo anche alla progettazione degli attentati. Ma il pomeriggio del primo febbraio fu sorpreso dai tedeschi nel laboratorio e rinchiuso nel carcere di via Tasso insieme a Labò. Torturato, per non tradire i compagni nella notte tra il 6 e il 7 febbraio s'impiccò nella sua cella, con la cintura dei pantaloni.

 

Ernesto Mondadori

 

Ermenegildo Moretti

Nato il 5 maggio del 1918 a Gallarate, da Giulio. Studente alla Normale di Pisa. Dopo le vacanze pasquali del 1938, espatria clandestinamente per combattere in Spagna. Opera con la Brigata Garibaldi fino alla smobilitazione delle Brigate internazionali poi entra nella XV brigata e partecipa all'estrema difesa di Barcellona per proteggere l'esodo verso la Francia. Internato, in seguito, ad Argelès, evade e riprende la lotta. Dopo l'8 settembre 1943 rientra in Italia ed è uno dei principali dirigenti del Fronte della Gioventù, l'organizzazione giovanile comunista di allora. Catturato dai nazisti nella primavera del '44, riesce anche qui ad evadere e continua la sua attività fino alla Liberazione.

 

Don Giuseppe Morosini 

Sacerdote, di 31 anni. Nato il 19 marzo 1913 a Ferentino (Frosinone) da Giuseppe e da Maria De Stefanis. Fu ordinato sacerdote il giorno di Pasqua del ‘37. Partecipò alla Seconda Guerra Mondiale come cappellano militare, presso il 4° reggimento di artiglieria di stanza a Laurana, in Istria. Congedato dopo le operazioni in Dalmazia, si stabilì a Piacenza dove diventò direttore spirituale in un collegio. Nel '43 fu chiamato a Roma alla direzione di una scuola per ragazzi profughi delle zone più colpite dal conflitto. Restò al suo posto anche dopo il 25 luglio, quando i gerarchi a capo dell'opera che sosteneva la scuola fuggirono dalla capitale, portando con loro tutti i generi alimentari destinati ai ragazzi e le riserve economiche dell'istituto. Dopo l'8 settembre entrò nella Resistenza, diventando il cappellano della banda partigiana "Mosconi" di Monte Mario, alla quale forniva assistenza morale, ma anche servizi concreti: procurando viveri, indumenti, scarpe. Compì missioni segrete, acquistò e nascose armi e diresse il servizio di informazioni. Fu anche cappellano della formazione "Bandiera Rossa". Carpì ad un ufficiale svizzero addetto all'Ufficio operazioni dello Stato maggiore della Wehrmacht una copia del piano operativo dello schieramento delle forze tedesche sul fronte di Cassino, e lo fece pervenire al Comando supremo degli alleati. Catturato il 4 gennaio del '44 davanti al Collegio Leoniano, insieme al tenente Marcello Bucchi, su delazione della spia Dante Bruna, fu portato prima all'Albergo Flora, poi in diverse stazioni delle SS, ed infine rinchiuso nel terzo braccio di Regina Coeli, nella cella 382. Torturato, resistette alle sevizie e non rivelò mai i nomi dei suoi assistiti. In carcere si prodigò in favore dei compagni di pena e degli ebrei reclusi. Fu condannato a morte il 18 marzo dal Tribunale militare di guerra tedesco; venne respinta anche la domanda di grazia presentata dallo stesso Papa Pio XII. Fu fucilato il 3 aprile a Forte Bravetta, dopo avere celebrato l'ultima messa: la prima scarica non lo uccise (avendo tutti i soldati sparato in aria) e allora fu finito con un colpo di pistola alla nuca dall'ufficiale fascista. Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

 

Vincenzo Moscatelli (detto Cino)

Nacque a Novara il 3 febbraio 1908, nel rione operaio di Sant'Andrea, da Enrico e da Carmelita Usellini. Quarto di sette figli; padre ferroviere, madre casalinga, crebbe nell'ambiente della periferia novarese e iniziò a frequentare fin da giovanissimo il Circolo ferrovieri, "covo di 'rossi', di rivoluzionari". Già in V elementare provocò uno sciopero. Divenuto il "capo dei fanciulli proletari" del quartiere, che si battevano contro i "balilla", nel settembre 1920, appena dodicenne, durante l'occupazione delle fabbriche, partecipò all'occupazione della Rumi, in cui lavorava come garzone; nell'estate del 1922, durante la "battaglia di Novara", si distinse assieme ai suoi compagni apprendisti e ad altri operai della Scotti e Brioschi nella difesa a sassate della Camera del lavoro e di circoli proletari dagli assalti delle squadracce fasciste. Nel 1925 organizzò con uno stratagemma uno sciopero degli apprendisti alle Officine meccaniche novaresi. In quel periodo, introdotto da Giuseppe (Pinéla) Rimola, si iscrisse alla gioventù comunista e fu incaricato dell'attività di stampa e propaganda. L'anno seguente si licenziò dalle Omn e trovò, assieme a Rimola, lavoro a Milano, all'Alfa Romeo.
Perseguitato dai fascisti, si occupò, sempre con Rimola, alla Cerutti di Milano, dove continuò a operare clandestinamente. Nel settembre del 1927, durante le manifestazioni di protesta per l'esecuzione negli Stati Uniti degli anarchici Sacco e Vanzetti, provocò un corto circuito nella cabina elettrica della Cerutti, dando luogo a uno sciopero. Sospettato e gravemente compromesso, espatriò clandestinamente in Svizzera per frequentare, in una baita a Paswang, nei pressi di Basilea, una scuola di partito, diretta da Togliatti, Longo e Grieco. Arrestato dalla polizia svizzera ed espulso, si recò con i compagni a Berlino, continuò a frequentare il corso nella Casa "Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg" del Partito comunista tedesco fino al mese di settembre, quando fu inviato alla scuola internazionale di Mosca. Nel gennaio del 1930 lasciò l'Unione Sovietica e si trasferì a Parigi, al "centro estero" del Partito comunista. Qui curò la redazione e la grafica del "Fanciullo proletario", di "Avanguardia", del "Galletto Rosso" e partecipò a riunioni con gli emigrati antifascisti, collaborando attivamente con Secchia.
Con Secchia realizzò nel giugno del 1930 il volumetto "La lotta della gioventù proletaria contro il fascismo".
Alla fine del giugno 1930 venne inviato dal partito in Italia per organizzarne la lotta clandestina contro il fascismo. Come funzionario della Federazione giovanile comunista per l'Emilia-Romagna (noto con il nome di battaglia di Dondoli) operò nelle province di Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Bologna, Ferrara e Ravenna. Mentre curava l'organizzazione di manifestazioni per l'anniversario della rivoluzione bolscevica, venne scoperto, pedinato e arrestato a Bologna l'8 novembre. Dopo essere stato lungamente torturato, il 21 febbraio 1931 fu deferito al Tribunale speciale. Giudicato con altri sette, con sentenza del 24 aprile dello stesso anno fu condannato a 16 anni e 6 mesi di reclusione. Venne recluso nelle carceri di Volterra. Nel 1932 fu trasferito a Civitavecchia e infine ad Alessandria.
Scarcerato nel dicembre 1935, fu sottoposto a libertà vigilata. Decise di rimanere in Italia (si stabilì a Varallo Sesia) e perse quindi contatti con il "centro estero" del partito e, pur essendo "bruciato", riuscì tuttavia a mantenere qualche legame con militanti delle province di Novara e di Vercelli.
Lavorò come tornitore alla cartiera Serravalle Sesia. Arrestato l'8 marzo 1937 dai carabinieri di quella località con l'imputazione di aver scritto frasi sovversive sui muri della fabbrica (in questo caso Moscatelli era però "innocente"), scontò sei mesi di carcere a Vercelli. Stabilitosi a Borgosesia avviò un'attività commerciale (vendita di macchine utensili) e fu titolare di una piccola rubinetteria. Nel 1938 sposò Maria Leoni dalla quale ebbe due figlie: Carla e Nadia. Il 26 luglio 1943, giorno successivo alla caduta del fascismo, improvvisò a Borgosesia una manifestazione popolare e, nei quarantacinque giorni del governo Badoglio, riprese a dirigere il movimento antifascista in Valsesia.
Dopo l'8 settembre fu tra i promotori del Comitato valsesiano di Resistenza (il futuro Cln) e svolse subito, impegnando tutti i suoi risparmi, un'intensa attività per l'organizzazione degli sbandati e della guerriglia, contro le forze che la Repubblica di Salò andava riorganizzando, a fianco dell'esercito di occupazione. Arrestato il 29 ottobre dai carabinieri di Borgosesia su mandato del comando germanico di Vercelli, fu prontamente liberato dai suoi compagni, sostenuti da numerosa folla, con un audace attacco alla caserma. Si rifugiò quindi con i primi "fuori legge" sul monte Briasco, organizzando, con Eraldo Gastone (Ciro), azioni di guerriglia. Contro il distaccamento "Gramsci" di Cino e Ciro i fascisti inviarono fin dal dicembre 1943 le loro truppe, nell'intento di soffocare sul nascere la rivolta. Ma i pochi "banditi" crebbero di numero fino a diventare una brigata (la 6a brigata garibaldina costituita in Italia). I garibaldini valsesiani, sottoposti a duri attacchi e a durissimi rastrellamenti durante tutto l'inverno e la primavera 1943-44, non cedettero, anzi, nel mese di giugno, venne costituita la "zona libera" della Valsesia (la prima d'Italia: 10 giugno, 4 luglio 1944).
Formata nei mesi successivi anche una divisione nell'Ossola, venne costituito il raggruppamento delle divisioni garibaldine della Valsesia-Ossola-Cusio-Verbano, di cui Moscatelli fu commissario politico fino alla Liberazione (Gastone ne fu il comandante militare).
Il dinamismo con cui Moscatelli seppe dirigere la lotta gli fruttò vasta popolarità: durante i venti mesi della Resistenza la sua figura divenne leggendaria (lo testimoniano le numerose canzoni e racconti che nacquero su di lui in quel periodo).
Nell'ottobre del 1944 fondò e diresse il periodico "La Stella Alpina", organo del raggruppamento garibaldino, che raggiunse una diffusione di migliaia di copie. Nell'aprile 1945 le formazioni di Moscatelli parteciparono alla liberazione di Novara e marciarono poi su Milano, dove giunsero il 28 aprile, accolte da una folla in tripudio.  
Per i meriti acquisiti nella lotta partigiana, Moscatelli fu congedato con il grado di tenente colonnello e gli vennero conferite la medaglia d'argento al valor militare e due croci al merito di guerra; fu decorato con l'americana "bronze star medal", e ottenne la medaglia polacca "Za lud Polske Wolnosc" e l'onorificenza cecoslovacca "Cestný partizánsky odznak".
Dopo la Liberazione venne designato sindaco di Novara dal Cln. In seguito, dopo essere stato membro della Consulta nazionale,  fu eletto deputato alla Costituente per la circoscrizione di Torino-Novara-Vercelli e ricoprì durante il terzo governo De Gasperi (2 maggio/31-5 1947) la carica di sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri per l'assistenza ai reduci e ai partigiani.
Nel 1948 entrò al Senato, e fece parte della Commissione difesa. Nel 1953 fu eletto deputato per la circoscrizione di Bologna-Ferrara-Ravenna-Forlì e fece parte della Commissione trasporti; nel 1958 per quella di Torino-Novara-Vercelli. Al termine della legislatura lasciò la vita parlamentare per motivi di salute.
Fece parte del Comitato centrale del Pci fino all'VIII Congresso (1956) ed ebbe incarichi di dirigente di partito a Torino, Aosta, Cuneo,  Novara, Verbania. Nel 1963 fece ritorno a Borgosesia dove assolse l'incarico di capogruppo nel consiglio comunale fino al 1975. Scrisse in collaborazione con Pietro Secchia "Il Monte Rosa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola" che vinse il premio Prato. Si dedicò con passione alla ricerca storica, costituendo nel 1974, l'Istituto per la storia della Resistenza in provincia di Vercelli, con sede a Borgosesia. Ebbe numerosi incarichi in seno all'Anpi. Stroncato da male incurabile, morì a Borgosesia il 31 ottobre 1981.

(sintesi della biografia a cura di Piero Ambrosio)


Marisa Musu

Nata a Roma nel 1925 da Domenico e da Bastianina Martini. I genitori erano originari di Sassari, legati ai Berlinguer, di idee antifasciste. Entrò nell'organizzazione clandestina del PCI nel '42, ad appena sedici anni, insieme ad Adele Maria Jemolo, sua compagna al Liceo Mamiani, tramite Lucio Lombardo Radice (che poi sarebbe diventato marito di Adele). Iscrittasi all'università di fisica, dopo l'armistizio partecipò alla battaglia per la difesa di Roma e successivamente aderì ai Gap, con il nome di battaglia di "Rosa", nella formazione guidata da Franco Calamandrei, della quale facevano parte tra gli altri Carla Capponi, Rosario Bentivegna, Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini. Partecipò a varie azioni contro i tedeschi, tra cui quella di via Rasella, del 23 marzo del '44. Fu catturata dalla polizia il 7 aprile, insieme a Pasquale Balsamo e a Ernesto Borghesi. Il commissario Antonio Colasurdo e il commissario De Longis, che erano in collegamento con il CLN, li spacciarono per una banda di rapinatori. Così Balsamo e Borghesi furono rinchiusi a Regina Coeli, nella sezione dei detenuti comuni, e lei nel carcere femminile delle Mantellate. Dopo il tradimento di Guglielmo Blasi, prima che questi ne rivelasse l'appartenenza ai Gap, si finse malata e a fine maggio, all'Ospedale Santo Spirito, con l'aiuto di alcuni medici legati alla Resistenza, riuscì ad evadere. Nel dopoguerra si sposò con Valentino Gerratana e fu insignita della medaglia d'argento al valor militare. Continuò l'attività politica nel PCI, lavorando per anni con Enrico Berlinguer nel movimento giovanile comunista e nella Fgci e entrando a far parte del comitato centrale del partito. Dopo la separazione con Gerratana, si è unita ad Aldo Poeta, da cui ha avuto tre figli (Sergio, Claudio e Giovanna). Giornalista a "Paese Sera" e a "L'Unità", è stata inviata a Praga nel '68, in Vietnam, in Mozambico e in Palestina. E' morta a Roma il 3 novembre del 2002.

 

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