Biografie della Resistenza Romana          

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Ariosto Gabrielli

Nato a Roma il 29 ottobre 1907. Comunista e attivo antifascista, nel giugno del 1928 fu arrestato e deferito al Tribunale speciale, che però lo assolse per insufficienza di prove. Fu quindi confinato a Ponza e a ventotene. Dopo l'armistizio prese parte alla guerra di liberazione, nelle file della Resistenza romana.

 

Aldo Garosci

Nato a Meana di Susa nel 1907. Era poco più di un ragazzo quando, a Torino, approdò alle rive dell'antifascimo. Era la Torino di Gramsci, di Gobetti, di Venturi, la città che Vittorio Foa descrive come una specie di "zona franca, una zona che accompagna l'Italia senza farsene integrare". Sarà il delitto Matteotti a sospingerlo nell'agone. Via via, conseguita la laurea in Lettere, si dipanerà una milizia epica, che parte dal ricordo di Piero Gobetti all'Università nel 1927. In quegli anni nasce a Torino un movimento di giovani intellettuali "che si situano fuori del fascismo, contro il fascismo e che non sono comunisti". Un gruppo di cui Garosci e Mario Andreis sono gli animatori e che dà vita al foglio clandestino "Voci d' officina". L'intonazione è "operaistica", risente della suggestione delle idee gobettiane, ed ha una certa diffusione nelle università e nei licei. Nel gennaio del 1932 tutto il gruppo, Garosci in testa, viene arrestato. Dopo il carcere la fuga a Parigi capitale dei fuoriusciti e punto d'incontro e di scontro tra le varie correnti politiche e ideologiche. Nazismo e fascismo trionfavano in gran parte d'Europa. In Spagna erano in corso le prove generali di una guerra civile considerata l'anticamera del conflitto mondiale. Gramsci, insieme a Carlo Rosselli, fu tra i primi, nell'estate del 1936, ad avvertire che l'ora dell'azione era arrivata. La colonna italiana, di cui Garosci faceva parte, contava 150 uomini di tutte le età e condizioni, intellettuali e operai, in maggioranza anarchici (un'ottantina), venti i giellisti, e i restanti repubblicani, socialisti e comunisti. In Aragona Garosci partecipò tra l'altro alla battaglia di Monte Pelato, e fu anche ferito. Dopo la sconfitta in Spagna, e l'occupazione nazista della Francia, la fuga negli Stati Uniti. A New York Garosci sarà nel 1941 uno degli animatori della "Mazzini society" pattuglia liberaldemocratica e liberalsocialista - intelligente, estrosa, e litigiosissima - che propugnava la creazione di una Legione italiana da affiancare agli alleati. Collaborò anche ai «Quaderni italiani» di Bruno Zevi.
Infine il ritorno in Italia, nel '43, e la partecipazione alla resistenza romana, nelle file del Partito d'Azione. Garosci aveva tutti i titoli per essere uno dei protagonisti della nuova politica italiana. Ma il movimento a cui aveva dato vita, il Partito d'azione, era già un astro in via di estinzione. Nel suo primo congresso legale - nell'agosto del 1944 - le due anime del partito, capeggiate da Emilio Lussu e da Ugo La Malfa, erano infatti entrate in aperta collisione.
Nel dopoguerra, dopo lo scioglimento del Partito d'azione, aderì al partito socialista. Anticomunista convinto, nel gennaio del 1947, sarà dalla parte di Saragat nelle agitate giornate di Palazzo Barberini che dettero vita alla scissione del Partito socialista. Qualche anno dopo, nel 1953, Garosci sarà invece accanto a Codignola, Calamandrei, Vittorelli, nel movimento di "unità popolare" che contribuì non poco a far fallire la cosiddetta "legge truffa" voluta fortemente da De Gasperi.
Collaboratore de «Il Mondo» di Pannunzio, insegnò all'Università di Torino storia contemporanea e storia del Risorgimento. E' morto a Roma il 3 gennaio del 2000, a 92 anni.

Tra le sue opere vanno ricordate la «Vita di Carlo Rosselli» (1945), la «Storia dei fuorusciti» ('53), «Gli intellettuali e la guerra di Spagna» ('59), e «San Marino. Mito e storiografia» ('67).

 

Manlio Gelsomini

Medico, di 36 anni. Nato a Roma il 9 novembre 1907 da Ugo e da Sparta Notari. Si laureò nel ‘31 in Medicina e Chirurgia all'Università di Siena, esercitando poi la libera professione. Nel gennaio del '34 fu ammesso alla Scuola di Sanità Militare di Firenze e ottenne la nomina a sottotenente. Ultimato il servizio di leva, tornò a Roma e aprì uno studio in Piazza del Popolo. Nel maggio del '43 fu richiamato alle armi con il grado di tenente e prestò servizio come ufficiale medico. L'8 settembre partecipò ai combattimenti di Porta San Paolo per la difesa della capitale; in seguito entrò nel Fronte militare clandestino di Montezemolo. Sfuggito alla cattura da parte dei tedeschi, gli fu affidato il compito di raccogliere i militari sbandati a nord di Roma e i giovani renitenti alla leva fascista disposti a lottare contro i nazisti e di recuperare tutto il materiale possibile del disgregato esercito italiano. In poche settimane organizzò e coordinò le bande del Concentramento Militare "Monte Soratte", nel viterbese, e del Concentramento Militare "Sant'Oreste", in provincia di Roma e nel reatino. A capo di una delle bande del "Monte Soratte", compì azioni di sabotaggio a linee ferroviarie e telefoni e assaltò automezzi militari tedeschi. Oltre a partecipare alle azioni militari, curava i partigiani feriti e ammalati ospitati in ricoveri di fortuna o improvvisati ospedali. Proprio per dare soccorso a un partigiano, il 13 gennaio del '44 cadde in una trappola che gli era stata tesa dalle SS, avvertite da una spia. Fu rinchiuso in via Tasso e torturato più volte. Durante la prigionia, scrisse poesie. Per convincerlo a parlare i tedeschi arrestarono e condannarono a morte anche la madre, che passò un mese in carcere (la pena non fu eseguita). Fu fucilato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo. Medaglia d’oro al valor militare.

 

Valentino Gerratana

Nato a Scicli (Ragusa) il 14 febbraio del 1919: Laureato in Legge. Nel '39. mentre frequentava il corso allievi ufficiali a Salerno, con altri antifascisti, tra cui Giaime Pintor, ebbe i primi contatti con l'organizzazione comunista clandestina. Dal '42 si impegnò nell'attività antifascista e dopo la caduta di Mussolini prese parte al lavoro di riorganizzazione del PCI a Roma. Dall'8 settembre del '43 alla liberazione della capitale fu tra i promotori della Resistenza romana e partecipò alla lotta nelle file dei GAP. Nel dopoguerra ha diretto le Edizioni Rinascita, curando la pubblicazione in Italia dei classici del marxismo.

 

Gioacchino Gesmundo

Professore di filosofia, di 35 anni. Nato a Terlizzi (Bari) il 20 novembre 1908 da Nicola e da Raffaella Vendola. Cattolico, fin da giovanissimo sentì una forte inclinazione verso il socialismo utopistico e la figura di Giuseppe Mazzini. In seguito studiò il pensiero di Marx e di Lenin. Nel ’28, trasferitosi a Roma, s'iscrisse all'Istituto superiore di Magistero, dove si diplomò nel '32. Insegnò prima al liceo di Formia, poi, dal '35, al liceo scientifico "Cavour". Il suo insegnamento, che andava oltre i programmi della scuola fascista, allargandosi anche ad argomenti "proibiti" come il Risorgimento o la Questione Meridionale, proseguiva anche fuori dalla mura scolastiche: riceveva a casa i propri alunni, in un palazzo popolare di Porta Metronia, iniziando molti di loro alle idee del comunismo. Il 25 luglio del '43 lo trovò già in piena attività organizzativa del Pci, al quale aveva aderito a inizio anno per tramite di Giovanni Roveda. Dopo l'armistizio fu a capo del movimento che riuscì ad impedire l'inizio delle lezioni da parte dei professori collaborazionisti. La sua casa diventò un centro di lotta contro i nazifascisti, prima come redazione clandestina dell'Unità, poi come arsenale di armi per i Gap. Amico personale di don Pietro Pappagallo (anche lui originario di Terlizzi), Gesmundo era infaticabile: era a capo del servizio di controspionaggio del Pci, teneva corsi di formazione ideologica dei compagni di lotta, scriveva articoli, preparò una storia completa del comunismo (andata purtroppo perduta), diffondeva copie dell'Unità, armato di un pennello e di un barattolo di vernice tracciava sui muri scritte inneggianti al Pci e alla libertà. Fu arrestato dai tedeschi il 29 gennaio del '44, pochi giorni dopo lo sbarco degli Alleati ad Anzio, durante una perquisizione fattagli dalla polizia fascista mentre stava preparando un'azione di sabotaggio, gli furono scoperti in casa due sacchi di chiodi, a tre punte. Rinchiuso in via Tasso nella cella n. 13, torturato più volte, tentò di togliersi la vita per non parlare. Il 24 marzo fu processato dal Tribunale militare di guerra tedesco, condannato a morte e quello stesso giorno fucilato alle Fosse Ardeatine. Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

 

Maurizio Giglio

Tenente di fanteria, di 23 anni. Nato a Parigi il 20 dicembre 1920 da Armando e da Anna Isnard. Frequentò il liceo classico a Roma e dopo la maturità si laureò in giurisprudenza. Amava lo sport: la caccia, lo sci, il nuoto, l’alpinismo, l’automobilismo. Nel ‘40 si arruolò volontario per la campagna in Grecia, dove combattè valorosamente. Ferito, fu costretto al riposo forzato per mesi e fu decorato con una medaglia di bronzo al valor militare. Dopo la guarigione, fu comandato presso la commissione d’armistizio con la Francia, a Torino. Ma egli definiva la vita di ufficio "una specie di imboscamento". Ottenne di tornare a un reggimento e fu assegnato all’81° fanteria di stanza nella capitale. L’8 settembre del ‘43 combattè contro i tedeschi a Porta San Paolo nella battaglia di Roma. Poi si diede alla macchia nel Sud, nei pressi di Benevento. Superata la linea tedesca, si mise a disposizione della V Armata americana e, dopo un breve periodo di addestramento, cominciò a collaborare con l’Oss, il servizio segreto americano. Il 28 ottobre tornò nella capitale e, per ingannare il nemico e agire tranquillamente durante il coprifuoco, entrò a far parte della polizia ausiliaria repubblicana. Compì missioni al Sud, procurandosi notizie di carattere militare che poi trasmetteva via radio al Comando Alleato. Preparava inoltre basi per il passaggio di partigiani e militari nell’Italia liberata, in contatto con la spia americana Peter Tompkins. Nella sua attività trovò anche il sostegno di un sacerdote, monsignor Nobles, che nascondeva la sua radio trasmittente nella chiesa di S. Agnese, a Piazza Navona, e gli faceva da "palo", quando si metteva in contatto con gli Alleati. La sua attività fu febbrile: era dappertutto, tanto che fu soprannominato "il Cervo". Il 17 marzo del ‘44, mentre trasportava la radio su un galleggiante, fu fatto arrestare dalla spia fascista della banda Kock, Walter Di Franco. Condotto alla pensione Oltremare, fu torturato e seviziato, ma non rivelò i nomi dei compagni. Fu fucilato il 24 marzo alle Fosse Ardeatine. Medaglia d’oro al valor militare.

 

Leone Ginzburg

Docente universitario e dirigente editoriale, di 34 anni. Nato ad Odessa (Russia) il 4 aprile 1909 da Fiodor e da Vera Griliches. Ebreo, sposato con Natalia Levi, aveva tre figli (Carlo, Andrea e Alessandra). Giunto in Italia da bambino, studiò prima a Viareggio e poi al Liceo D’Azeglio di Torino. Qui si laureò in lettere nel ’31 con una tesi su Maupassant. Nel ’32 ottenne la libera docenza di letteratura russa. Vinse una borsa di studio e si recò a Parigi dove frequentò l'ambiente degli emigrati antifascisti (Carlo Rosselli e Gaetano Salvemini). Nel gennaio del '34 fu esonerato dall'insegnamento per essersi rifiutato di prestare giuramento al PNF. Arrestato il 13 marzo insieme a Carlo Levi, nel novembre dello stesso anno fu condannato a quattro anni di carcere dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato per la sua appartenenza a Giustizia e Libertà. Scontò due anni nel penitenziario di Civitavecchia, poi, grazie a un'amnistia generale, il 13 marzo del ‘36 fu scarcerato. Per la sua condizione di vigilato speciale, gli fu preclusa ogni forma di collaborazione a riviste e giornali. Si dedicò quindi soprattutto al lavoro editoriale: dal ‘33 collaborava con Giulio Einaudi alla fondazione dell'omonima casa editrice, e ne divenne uno dei principali ispiratori. Nel ‘40 fu assegnato al confino a Pizzoli (L'Aquila). Dopo il 25 luglio del '43 fu uno degli organizzatori del movimento Giustizia e Libertà, aderendo poi al Partito d'Azione. Durante l’occupazione tedesca, insieme a Muscetta e Fancello, diresse l'"Italia libera", l’organo romano del Partito d'Azione, di cui curava la stampa nella tipografia clandestina di Via Basento 55. Arrestato dalla polizia fascista il 20 novembre, a seguito di irruzione nella tipografia, fu rinchiuso in un primo momento nel reparto italiano di Regina Coeli, grazie ai documenti falsi in suo possesso, da cui risultava chiamarsi Leonida Gianturco. Ma ai primi di dicembre i tedeschi scoprirono la sua vera identità e così fu trasferito nel terzo braccio, quello dei prigionieri politici. Percosso e ridotto in fin di vita, morì in carcere il 5 febbraio del ‘44.

 

Giorgio Giorgi

Ragioniere, di 23 anni. Nato a S. Agata Feltria (Pesaro) il 6 marzo 1921 da Giuseppe e da Alma Andreani. Iscritto alla facoltà di scienze economiche dell'Università di Roma, lavorava come impiegato nello stabilimento della ditta Innocenti. Dopo l'8 settembre del ‘43, entrò a far parte del Partito d'Azione e fu tra i suoi militanti più attivi. In comunicazione con le bande dei partigiani nei Castelli romani, fu tradito da una spia mentre stava preparando una spedizione di armi, munizioni e vestiario a un capitano inglese nascosto nella boscaglia. Arrestato dai fascisti, fu fucilato il 24 marzo del '44 alle Fosse Ardeatine.

 

Massimo Gizzio

Studente, di 19 anni. Nato a Roma nel 1924. Ebreo, il padre era prigioniero nelle Indie. Allievo del Liceo "Dante Alighieri", aderì al PCI all'inizio del '43 e in maggio fu deferito al Tribunale speciale. Dopo l'armistizio prese parte alla guerra di liberazione, nelle file della Resistenza romana, aderendo al Comitato studentesco che si era costituito per dirigere l'agitazione contro gli invasori tedeschi e i fascisti. Il 29 gennaio del '44 il Comitato proclamò uno sciopero generale di protesta in tutte le scuole di Roma. Un folto gruppo di studenti del Liceo "Dante Alighieri", con alla testa Vincenzo Lapiccirella, Carlo Lizzani e Massimo Gizzio, si portò a manifestare in piazza della Libertà. Il preside Landogna richiese l'intervento d'urgenza della milizia fascista. Arrivò una squadra "Roma o morte" e tentò di fermare gli studenti e di arrestare Gizzio, che fu colpito nel tentativo di sottrarsi alla cattura. Ferito gravemente, fu ricoverato all'ospedale di Santo Spirito, e qui morì l'1 febbraio del '44.

 

Aladino Govoni

Dottore in scienze economiche, di 35 anni. Nato a Tamara (Ferrara) il 17 novembre del 1908 da Corrado. Laureato in scienze economiche e commerciali. Capitano di fanteria del 1° Reggimento granatieri in Roma, dopo aver prestato servizio nei Balcani, al momento dell'armistizio si trovava nella Capitale. Dopo essersi battuto contro i tedeschi alla testa della sua compagnia alla Cecchignola e a Porta San Paolo, sfuggì alla cattura ed entrò nel movimento clandestino, nelle file di Bandiera Rossa, guidando numerose azioni di guerra contro i nazifascisti. Nel febbraio del '44 fu arrestato dalla polizia tedesca e sottoposto a tortura, finché il 24 marzo venne ucciso nella strage delle Fosse Ardeatine . Suo padre, il famoso poeta Corrado Govoni, che pure era stato fascista, nel novembre del '44 pubblicò un poema intitolato "La fossa carnaia ardeatina". Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

 

Giuseppe Gozzer.

Dottore in legge, di 30 anni. Nato a Magré (Trento) nel 1914. Partecipò nel '35 alla guerra in Africa Orientale e nel '37 a quella di Spagna. Congedatosi e conseguita la laurea in giurisprudenza, nel '40 fu richiamato alle armi. Passato nei paracadutisti, fu promosso capitano nel 3° Battaglione del 185° Reggimento fanteria della Divisione "Nembo". L'8 settembre del '43 si trovava a Roma, riuscì a sfuggire ai tedeschi e si uni al fronte della Resistenza. Catturato dai nazisti nel gennaio del '44 per l'opera partigiana svolta, uscì di prigione solo il 4 giugno, giorno della liberazione della Capitale. Ottenne di riprendere subito un posto nella lotta e venne paracadutato nella Carnia. Nominato capo di stato maggiore presso il Comando del Gruppo divisioni "Osoppo", alla metà di dicembre del '44 fu catturato a Chievolis (Pordenone). Inviato nel gennaio successivo nel campo di concentramento di Flossenburg e poi in quello di Herbruck (Germania), venne qui fucilato dai tedeschi nella prima decade del marzo del '45. Medaglia d'oro al valor militare.

 

Giuseppe “Peppino” Gracceva

Nasce a Roma il 3 Febbraio 1906. Sin da giovane partecipa all’attività politica del paese come corriere della Sezione di Roma del Partito Comunista Italiano. Viene arrestato il 23 Maggio 1925 assieme al comunista Giuseppe Alberghi in piazza Esquilino a Roma perché
«trovato in possesso di un pacco alquanto voluminoso contente 3500 manifestini volanti, stampati alla macchia intestati: “Lavoratori di tutti i paesi unitevi” che cominciano con le parole : “Lavoratori di Roma! Una persecuzione metodica” e terminano con le altre “Le persecuzioni della polizia romana devono dare questo frutto. Evviva le vittime della reazione borghese. Evviva l’emancipazione del proletariato opera dei proletari stessi!”. “I Comunisti”».
Non riceve la condanna grazie ad una amnistia mentre era in attesa del Giudizio del Tribunale (31 Luglio 1925) di associazione eversiva (comunista) diretta a stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale sulle altre, alla propaganda comunista verbale o tramite la diffusione di opuscoli, giornaletti e manifestini soprattutto nelle zone di Genzano e dei Castelli Romani. Viene arrestato nuovamente, processato e condannato (1937) a 5 anni di reclusione nel carcere di Civitavecchia per “complotto contro i poteri dello Stato”.
Viene rilasciato nel 1940 grazie ad un indulto chiesto dalla moglie e accettato dal Principe di Savoia ma con la libertà vigilata senza limite. Passa dal Partito Comunista al Partito Socialista a causa dell’ Ottobre Rosso di Stalin e diventa comandante militare delle Brigate Matteotti del Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo sotto la direzione di Sandro Pertini e Giuliano Vassalli.
Benché vigilato dalla polizia riorganizza clandestinamente il Partito Socialista e l’8 Settembre 1943, conquistate le armi, è tra i primi a iniziare la lotta armata contro i tedeschi e i fascisti.
Il suo nome di battaglia era “Maresciallo Rosso”. Fu tra i protagonisti dei famosi combattimenti per la difesa di Porta S. Paolo.
Riuscì assieme ad altri partigiani (Giuliano Vassalli) nella storica opera di far evadere dal carcere di Regina Coeli i comandanti Pertini e Saragat.
Nel Febbraio 1944 è il principale artefice di una delle azioni più incisive della Resistenza romana: l’esplosione alla stazione Ostiense di un treno carico di munizioni ad opera di una squadra di partigiani diretta dai fratelli Vurchio.
Riesce a collaborare con la spia americana Peter Tompkins per inviare sulla stazione gli aerei alleati per la distruzione dei treni. Individuato dalle S.S. che da tempo lo ricercano per stroncare l’organizzazione delle Formazioni, ferito da un colpo di mitra penetrato nel polmone sinistro, si getta dal 2° piano dello stabile in cui era stato accerchiato per sfuggire alla cattura.
Sanguinante e con un braccio spezzato, con l’aiuto del fratello si trascina ad un rifugio dell’organizzazione clandestina.
Sottoposto con mezzi di fortuna a doloroso intervento per l’estrazione del proiettile, appreso che le S.S. hanno individuato e circondato il rifugio, supplica il Medico e a sua moglie (rispettivamente Dott. Alfredo Monaco e la moglie Marcella) di finirlo per non cadere in mano nemica ed assicurare così la salvezza dei compagni e dell’organizzazione. La moglie del medico e un Partigiano lo trascinano invece attraverso i tetti e da questi ad altro rifugio.
Rifiuta sdegnosamente il ricovero in luogo protetto da extra-territorialità e, curato e fasciato alla meglio, si preoccupa soltanto di assicurare la fuga dei famigliari e la continuità della lotta delle Brigate. Purtroppo, dopo 3 giorni viene catturato dalle S.S. e tradotto al carcere tedesco di Via Tasso tristemente noto e, segregatolo in completo isolamento, con la ferita aperta e sanguinante, il braccio spezzato, gli negano qualsiasi cura. Gli propongono il ricovero in clinica a condizione che riveli la dislocazione delle Formazioni, dei depositi di armi e i nomi dei capi della resistenza romana. Oppone uno sdegnoso rifiuto e da quel momento ha inizio il suo doloroso calvario. Per 46 giorni viene sottoposto a crudeli sevizie e interrogatori che molto spesso, come risulta dai verbali originali del carcere più tardi recuperati, si protraggono fino a 12 ore consecutive. Ridotto al limite della resistenza fisica e psichica, ma consapevole che la vita di molti uomini e la continuità della lotta delle “Brigate Matteotti” è legata al suo silenzio, continua a tacere fino a che gli aguzzini, stupiti e ammirati da tanto coraggio, decidono l’esecuzione che per fortuna non può essere effettuata per l’arrivo degli Alleati. Il coraggio e l’indomita fierezza del Comandante Giuseppe Gracceva furono di esempio per tutti i detenuti del carcere, che ne trassero sostegno per affrontare le torture fisiche e morali alle quali furono sottoposti, ed è stato ricordato ed esaltato con grata ammirazione in tutti gli scritti del tragico carcere di Via Tasso. Una volta terminato il conflitto mondiale, rifiuta la Medaglia d’Oro al Valore Militare, accettando invece la Medaglia d’Argento (la sua idea era che altre persone meritavano quella d’ oro).
Riceve la pensione di invalidità a seguito delle torture ricevute durante la sua prigionia. Diventa Presidente dell’ ANPI di Roma nei primi anni della sua formazione. Quando nel 1947 fu deciso l’esilio per l’ex re Vittorio Emanuele e Umberto di Savoia, gli ex regnanti si rifiutarono di lasciare le loro proprietà.
Fu Gracceva assieme ad un altro ex partigiano ad andare dall’ex re e a farlo partire per l’esilio.
Fu membro attivo della Costituente nel Partito Socialista per l’approvazione della “ Carta della Costituzione Italiana”.
Riceve anche una medaglia di commemorazione per questa storica impresa.
Dopo qualche anno si ritira dall’attività politica perché capisce che la politica è fatta di compromessi e questo và contro ogni sua ideologia e coerenza (soprattutto quando il 25 Marzo 1947 vengono costituiti i famosi “Patti Lateranensi” ossia il rapporto tra Chiesa e Stato).
In quegli anni conosce l’ex partigiano Enrico Mattei che nomina Gracceva Presidente dell’ ENI nel Sud Italia. Il Gracceva si trasferisce con tutta la famiglia a Salerno.
Consegna le dimissioni di Presidente dell’ ENI il giorno della morte di Mattei e ritorna a Roma dove decede nel 1978.
Il giorno dei funerali il Presidente della Repubblica Sandro Pertini si presenta con i cavalleggeri in divisa ufficiale.
Oggi è seppellito nel cimitero monumentale del Verano a Roma.

 

Silvio Gridelli

Tenente carrista. Nato ad Aversa (Caserta). L'8 settembre del '43 si trovava a Roma. Il 10 settembre partecipò con la compagnia carri M alla battaglia di Porta S. Paolo contro i tedeschi. Inviato in ricognizione alla testa di un plotone, nonostante rimanesse ferito da un colpo d'artiglieria nemica, continuò a combattere, finché un nuovo colpo non lo uccise. Medaglia d'argento al valor militare alla memoria.

 

Vincenzo Guarniera

Meccanico. Nato a Catania il 14 aprile del 1906. Antifascista, fu deferito al Tribunale speciale, ma fu assolto dalle accuse il 31 maggio del '30. Arruolatosi nella leva di Marina, tornò sotto le armi nel '36, come motorista nel sommergibile "Goffredo". Conseguito il brevetto di pilota civile, all'inizio della seconda guerra mondiale fu assegnato all'Aeronautica. Decorato di medaglia d'argento al valor militare, raggiunse il grado di maresciallo. Dopo 1'armistizio, trovatosi a Roma, prese parte alla guerra di liberazione con il nome di "Tommaso Moro". Attivissimo comandante partigiano, alla testa di una formazione di Bandiera Rossa che raggiunse la forza di 172 uomini, compì azioni di straordinaria audacia nel territorio della capitale e nei suoi dintorni, tra cui - il 30 novembre del '43 - la liberazione dei condannati a morte di Forte Bravetta. I tedeschi gli davano la caccia e giunsero a porre sulla sua testa una taglia (astronomica per quei tempi) di 1.500.000 lire, ma tutto fu inutile. Attraversò più volte le linee nemiche sul fronte di Cassino e compì varie missioni a Napoli, rientrando poi sempre a Roma. Verso la fine del maggio '44 la banda intensificò la propria attività attaccando le colonne tedesche in ritirata sull'Aurelia, finché nella notte tra il 4 e il 5 giugno le unità della V Armata americana e delI'VIII Armata britannica liberarono Roma. Dopo la Liberazione ricevette le felicitazioni del generale Alexander che lo decorò della Bronzo-Star per "l'efficace, costante aiuto dato all'avanzata alleata verso Roma e per il prodigioso coraggio dimostrato", e lo definì "uno dei primi uomini della V Armata". Continuò a operare anche dopo la liberazione della Capitale. La sua ultima missione fu quella di attraversare le linee nemiche per portare al patrioti fiorentini 716.000 lire e 53 kg di medicinali. Tornato alla vita civile nel dopoguerra, riprese il suo lavoro di meccanico.

 

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